Ufficio? Tutti ai posti di combattimento!

Ricevo e volentieri pubblico lo sfogo, attualissimo, di un’amica ex collega, Patrizia.
Ci trovate una sintesi delle sue esperienze nel mondo del lavoro.
Vi riconoscete nelle dinamiche che descrive?

Buona lettura!

Le mie esperienze lavorative sono state davvero tante.

I primi soldini me li sono guadagnati facendo volantinaggio, subito dopo aver finito la scuola superiore. Poi ho indossato gli abiti della cameriera in pub, ristoranti e piano bar.

Successivamente quelli di cassiera, di insegnante di informatica e persino quelli di modella.

Poi ho messo la testa a posto e intorno ai 24 anni mi sono iscritta all’università e l’anno successivo facevo parte di un team guidato dal prof con il quale poi mi sono laureata.

Poi è arrivato il primo lavoro fisso: scrivania, computer, telefono, post-it colorati e pile di scartoffie. Insieme al bonifico a fine mese, dritto dritto sul conto corrente.

Quella fu la prima esperienza che mi portò a confortarmi, per 5 giorni a settimana e per diversi anni consecutivi, con i colleghi. Avevo 26 anni e tutto da imparare.

È vero, avevo fatto la cameriera, l’insegnante, la cassiera… conoscevo quindi l’inventario del genere umano; ma vivevo da sola ed ero a digiuno di convivenza (salvo quella con i familiari). Un cliente mangia, beve, salda il conto e se ne va. I colleghi no, il giorno dopo sono di nuovo tutti li.

Nell’ufficio eravamo circa 8. “Come una famiglia!” si usava dire all’epoca (era la fine degli anni ‘90). Imparai molto, ma le lezioni più importanti venivano da una collega in particolare che, in media una volta al mese, viveva una vera e propria passione con la stampante delle fatture. Questa macchina infernale, inarrestabile per 5 giorni su 30, era capace di produrre un rumore che oggi sarebbe messo al bando da una qualsiasi legge sulla salute dei lavoratori. Ma i guai iniziavano quando la macchina cessava la sua diabolica sinfonia. Quando si bloccava (a causa di un intoppo o semplicemente perché finiva la carta) scattava il codice rosso, e anche se l’intoppo non dipendeva da nessuno di noi, l’ufficio intero in pochi secondi si trovava K.O. Se poi condividevi la stanza con la stampante (come nel mio caso) allora non c’era santo capace di salvarti: la stampante si ammutoliva ed entravano in scena le grida isteriche della collega (ex per mia fortuna), così fastidiose che speravi la stampante riprendesse il prima possibile il suo macinare.

La ex collega era definita da tutti “isterica”. I suoi sfoghi superavano il limite di sopportazione. Ma nonostante questo nessuno era capace di redarguirla, neanche la direzione, che la subiva al pari di noi. Purtroppo.
Quelle fatture erano il core business della società e lei ne era la responsabile. Tutti noi, direzione compresa, carne da macello.

Cambiai lavoro dopo qualche anno e nel nuovo ufficio avevo circa 70 colleghi con i quali condividevo, in ariosi open space, le lunghe giornate e nottate, visto che spesso ci capitava di fermarci di notte, per rispettare i tempi delle consegne (la crisi ancora non era arrivata). In quegli anni non ricordo un litigio. È stato bello (molto bello) anche per questo.

Poi ho vestito i panni della libera professionista e solo negli ultimi anni sono tornata ad un lavoro d’ufficio, convinta che in giro non ci fossero più sciagurati capaci di paragonarlo alla famiglia (Pasolini dove sei?!). E invece “Qui siamo come una famiglia!” furono le parole che l’amministratore delegato pronunciò al mio primo giorno di lavoro, durante il giro per presentarmi ai colleghi. Era tardi per scappare, ma non è un caso che in quel posto non ho festeggiato il mio secondo anno di permanenza.

Numeri e struttura erano molto simili a quelli della mia prima esperienza, ma l’organizzazione degli spazi era quella di un ministero kafkiano: lungo corridoio, tante stanze-cellette, uffici dei vertici alla fine del corridoio e le loro porte rigorosamente chiuse (ricordate il “Qui siamo come una famiglia!”?). Dopo qualche settimana ho scoperto che erano in causa con la persona che ero stata chiamata a sostituire, e questo è sempre un brutto segno.
Ma dopo qualche mese mi era chiaro che erano in causa con diverse persone e che l’avvocato aveva trovato pane per i suoi denti, visto che era sempre li…

Dopo pochi giorni una persona che lavorava negli stessi spazi, ma per un’altra società, mi confidò qualche retroscena:
– direttrice isterica
– amministratore delegato sotto scacco (usò altre parole, ma non ripetibili)
– due ancelle-spione
– non ti fidare di nessuno, comanda la direttrice, e il suo umore, crisi isteriche e insulti compresi, non dipendono né dal figlio né dal marito, ma dal suo amante, che qui è di casa.

Avrei constatato di lì a poco con i miei occhi quanto vere fossero quelle indiscrezioni. Ma non è tanto questo l’aspetto su cui vorrei soffermarmi. Quanto piuttosto la qualità del posto di lavoro. Mi spiego meglio.
Si dice che questa si possa misurare dalla percentuale del turnover, se alto non è mai buon segno, le persone vengono e vanno con una rapidità altissima, spinte dalla necessità di trovare di meglio. Ecco, in meno di 2 anni ho visto andare e venire non meno di una dozzina di persone. Tante, tantissime. Non mi era mai successo. Quando avevo circa 70 colleghi la media era quella di 1 persona all’anno.

Non credo ci sia nient’altro da aggiungere, salvo il fatto che credo sia inutile perdere tempo, soldi e fatica a rincorrere un pezzo di carta per ottenere la certificazione di Qualità ISO 9000, se poi l’atmosfera che si respira in un posto di lavoro, indicata e praticata da chi la dirige o la amministra, si misura dal grado di decibel di urla giornaliere inflitte ai dipendenti/collaboratori.
Cosa può generare tutto questo? Nulla di buono, credo. In men che non si dica lo stesso “stile” sarà adottato anche dal resto della squadra.
Ops, famiglia!

 

 

Patrizia

 

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