“Limbo” e il problem solving. Perché chiamarlo solo videogioco?

Li adoro, ma questo non ve l’ho mai nascosto. Perché? Tra le altre cose perché sono proprio questi “aggeggi” che mi solleticano lo stupore per il presente e mi permettono di intravedere il futuro.

Avevo letto di Limbo qualche mese fa. E mi aveva subito colpito molto, tanto che prima di arrivare alla fine della lettura della recensione lo avevo già messo nella lista delle cose da fare (e con la scusa dell’ottenne appassionato di xBox confesso che non è stato difficile). Come prima cosa mi sono scaricata la demo sul Mac. Ehm… non è stato facile per il mio ego morire una ventina di volte davanti al primo (primo!) ostacolo: un banale burrone. Poi è arrivato il disco e dopo qualche ora di gioco ho visto Gio’ arrivare indenne a circa il 40% del percorso, superando il primo ostacolo al secondo tentativo, uccidendo enormi ragni (una delle cose più ripugnanti e inquietanti viste in tutta la mia vita che in confronto il ragno del Guggenheim Museum fa tenerezza), evitando tagliole e trappole, nemici coetanei, scariche elettriche, motoseghe etc. grazie ad improbabili ma sempre efficacissime soluzioni d’ingegno.

Limbo è un videogioco (sì, per ora chiamiamolo così), a scorrimento orizzontale con grafica bidirezionale, dove è previsto un solo giocatore. Realizzato nel 2010 dalla Playdead (il CEO e co-fondatore è l’italiano Dino Patti) Limbo è del genere platform (lo stesso di Super Mario per intenderci). Fin da subito ha fatto gran parlare di sé tanto da meritarsi una voce anche sulle pagine di Wikipedia.

La Playdead chiama lo stile del gioco “trial and death”. Si va avanti così: si prova e si muore. Si riprova e si rimuore un’altra volta. Poi si riprova ancora, si supera l’ostacolo e si passa al quadro successivo con nuovi ostacoli e nuove prove. Non è solo l’abilità a schivare l’ostacolo, bisogna usare l’ingegno, l’intuito, bisogna fare ipotesi, metterle in pratica e correggere il tiro se non porta al risultato auspicato.

Il protagonista, l’alter ego, è un anonimo bambino di 6 anni circa, che si muove (sempre verso destra) in un ambiente in bianco e nero, tra scenari realizzati con la tecnica della silhouette che crea un mood da film noir decisamente inquietante.

Diciamo subito che si tratta di un videogioco politicamente scorretto e non solo perché qui si fanno i conti con la morte: ogni ostacolo non superato equivale alla morte che viene resa con realistici particolari (teste staccate, corpi a brandelli, schizzi di sangue, etc.), il tutto condito con effetti audio molto efficaci. Nei videogiochi si muore sempre direte voi, puoi avere l’agilità e la tonicità di Lara Croft oppure solo una gigantesca bocca come quella di Pacman, ma di fatto muori. Vero. Il fatto è che in Limbo a morire sono i bambini, non solo il vostro avatar:  le scene sono piene di cadaverini di bimbi senza vita (li riconosci subito perché la luce degli occhi, due faretti un po’ tristi, se sei morto si spengono, proprio come una lampadina fulminata).

Ma è vero anche che sempre rinasci, ripartendo dal punto in cui ci hai lasciato le penne. L’obiettivo va raggiunto. A tutti i costi. Ma qual è l’obiettivo di Limbo? Ecco. Questa è la tipica domanda che farebbe un adulto. I bambini iniziano a giocarci e se ne fregano dell’obiettivo. Il gioco è il gioco stesso, al premio non sono interessati, tanto che non ne vogliono sapere nulla. Grande differenza questa che mette loro dall’altra parte del mondo e noi inchiodati qui. Immobili nelle nostre convinzioni quotidiane.

Io ho capito Limbo solo dopo aver visto Gio’ all’opera: problem solving puro, come scrive Annamaria Testa sull’ormai indispensabile Nuovo e utile in un contributo dal titolo Quanta creatività c’è nel risolvere i problemi? Ragazzi altro che videogiochi, qui non si scherza. In altre parole non è la vostra abilità con il joystick a farla da padrona, ma l’ingegno, la voglia di sfidarvi, di mettervi nei panni di un bambino. In tutti i casi questo a me sembra un’ottima palestra.

Buon divertimento!

(Fonte foto: http://burnallzombies.com/index.php/2010/08/16/its-very-dark-down-here-limbo-review/

Foto home page: http://hydroblob.wordpress.com/2011/05/09/limbo/)

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