Film “Matilda sei mitica” e documentario “Diario di un maestro”. Se infanzia e scuola sono i vostri chiodi fissi

Qualche giorno fa ho visto uno spassosissimo family movie, scovato nella classifica dei “100 film più belli per famiglie”: Matilda sei miticatratto dal romanzo di Roald Dahl, amato autore di libri per bambini, lo stesso de Il trattamento Ridarelli per intenderci.

La protagonista, Matilda, è una bambina fuori dal comune, con un’intelligenza vivacissima e con esilaranti poteri psicocinetici (è capace di spostare gli oggetti con la sola forza del pensiero). Peccato che la sua famiglia, madre, padre e fratello, sembra non accorgersene.

Quando la bimba finalmente riesce a convincere i suoi ad iscriverla a scuola, finisce in un istituto gestito da una dirigente con un metodo e un pensiero discutibili: “I bambini sono tutti una disgrazia: brutti sporchi e cattivi! Io per fortuna sono nata grande!”. Nella sfortuna però Matilda è fortunata: la sua insegnante è mitica almeno quanto lei: preparata, capace di entrare in sintonia con le emozioni dei suoi alunni e di valorizzare le doti specifiche di ciascuno. La sua didattica è una didattica felice: lontano dagli sguardi della cattiva dirigente trasforma la classe da tetra, spoglia e severa, in un ambiente multicolore, pieno di creatività e colorati disegni, in sintonia con il suo carattere e con l’infanzia. Nell’aula, prima di questa magica trasformazione, troneggia una scritta che è un ottimo spunto per questo post che non a caso pubblico oggi, primo lunedì di riposo dopo un anno di scuola: If you are having fun, you are not learning.

C’è poi un altro video, un documentario questa volta, meno recente, degli anni Settanta, che mi sto godendo puntata dopo puntata. Si tratta di Diario di un maestro, di Vittorio de Seta (ora in versione DVD+Libro in un bel cofanetto Real Cinema), che nasce come miniserie televisiva prodotta dalla RAI del 1970. Già, all’epoca la RAI era pedagogica ed innovativa in un modo che oggi abbiamo scordato (ve lo ricordate Non è mai troppo tardi vero?).

Dal sito della Feltrinelli: “Diario di un maestro” è la storia di un’esperienza didattica di frontiera in una borgata di Roma, il testamento di un artista che ha fatto della realtà il cardine per raccontare la speranza in un futuro migliore. Un inno al valore dell’istruzione e della scuola pubblica, mai come in questo momento attuale”. 

Il maestro, al suo primo incarico, sarà capace, contro tutto e tutti, di instaurare un proficuo dialogo pedagogico partendo proprio dai suoi stessi alunni. Oggi sembra un fare rivoluzionario.
Quando arriva come prima cosa cerca di far fronte ai gravi problemi di dispersione scolastica e di abbandono della sua classe (fatta ad hoc mettendoci dentro le storie più difficili), in una realtà, quella delle periferie di Roma, che non può essere solo un lontano ricordo visto che l’attuale governo Monti ha messo proprio la dispersione scolastica al primo posto del suo programma di riforma scolastica.
Il maestro porta i ragazzi fuori dalla classe, qui osservano quello che li circonda e poi lo riportano dentro formalizzando l’esperienza (che si tratti di lucertole o di delinquenza minorile). Sono alla seconda puntata, ma tutto lascia intendere che il finale sarà tra i più felici, o quantomeno, istruttivi.

Conosco la scuola elementare da dentro, come genitore. La conosco per quello che ho visto, letto, sentito, ascoltato, intorno all’esperienza che mio figlio, ora “ottenne”,  ha fatto in questi ultimi due anni alla scuola elementare di una cittadina del Lazio. Ho imparato così a farmene un’idea diversa da quella che mi ero costruita all’università, condendo poi questi dati con i titoli dei quotidiani degli ultimi anni, il più delle volte scioperi degli insegnanti a seguito di tagli all’istruzione, confesso che l’idea complessiva non è tra le più felici.

E in questi due anni ho imparato un sacco di cose. Per esempio, io avevo sempre pensato che il problema più grande della scuola italiana fosse lo iato tecnologico che teneva distanti i due protagonisti: le nuove generazioni di studenti (chiamati in altri contesti anche “nativi digitali”) e il corpo insegnante (difensori integerrimi della cultura libresca). Avevo così imparato che la multimedialità (cinema, TV, computer, per non parlare di Facebook e di Twitter) sono considerati nemici da arginare, da tenere lontano dalla portata dei bambini. Ma come?

Ecco quello che è successo a noi: sin dal primo giorno di scuola ai bambini, seduti ai banchi dove resteranno per 8 ore di seguito (se fanno il tempo pieno, salvo la pausa pranzo), gli viene chiesto di riempire pagine e pagine di quaderni con esercizi estremamente ripetitivi e noiosi. Così, nel giro di pochissimi giorni, la scrittura diventa da meravigliosa invenzione a noia mortale. La prima elementare di Gio è iniziata con pagine intere stracolme di “A”, scritte prima in stampato maiuscolo, poi di “A” in stampato minuscolo, infine di “A” in corsivo. E così via, ad libitum, fino all’ultima lettera dell’alfabeto. Il metodo (?) prevedeva tutto questo per qualche mese, per poi passare alle silabe, prima quelle considerate facili e poi quelle più insidiose, piene di tranelli.
Morale? Nessuna. Mi limito a riportare  il commento di Gio’ al secondo giorno di scuola: – Mamma, ma la scuola è noiosa!

Che shock come mamma, ma anche come appassionata di educazione, scoprire che siamo ancora lì, alla didattica ottocentesca. E che doccia fredda rendersi conto, giorno dopo giorno, che l’unica novità entrata a buon diritto nella scuola italiana in questi ultimi 40 anni è stata la penna cancellabile (rossa e blu, mi raccomando!), alla quale le maestre hanno dato totale fiducia fin da subito, perché toglie dai quaderni gli errori, che oggi sono visti non più come occasioni di apprendimento, ma come referenza evidente del buon operato svolto dalle insegnanti in aula, seguendo una logica che più o meno recita “Meno errori ci sono sul quaderno più abbiamo lavorato bene”. E pensare che per Rodari gli errori erano tutte preziose occasioni per inventare storie, per non parlare di altro

Io oggi alla scuola, alle insegnanti e ai dirigenti scolastici, chiedo (né da laureata in Scienze dell’Educazione, né da genitore di un bambino di 8 anni, ma da cittadina italiana) di guardarsi intorno, di farsi spugna davanti al cambiamento, di portarlo a scuola, dentro le classi. Anzi, meglio sarebbe se gli scolaretti fossero spinti fuori dalle classi (piccole e tristi). Non solo il cambiamento del mondo, non solo le novità tecnologiche. Un invito a guardare i bambini ed osservarli per scoprire in essi pensieri, comportamenti pionieristici, la loro logica vocata al nuovo. In ciascuno di loro, un personale contributo per il futuro. E poi di dare voce a tutto ciò con tutti gli strumenti a nostra disposizione come abitanti del mondo contemporaneo.

Infine chiedo agli insegnanti di andare oltre il POF, anzi di scordarlo, e di spalancare quelle metaforiche finestre, così come descritte da Pennac nelle ultime pagine del suo capolavoroDiario di classe. Quelle finestre che spesso, soprattutto per quegli alunni lontano dall’auspicato livello medio, sono un ostacolo insormontabile per troppi bambini.

Chiudo rimandandovi ad un video, che è anche un consiglio di lettura capace di spalancare le menti.
(Fonti foto: http://www.antoniogenna.net/doppiaggio/film/matilda6mitica.htm
http://pdf4it.com/diario-di-un-maestro-2-dvd-con-libro-real-cinema/
http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-1s020-0000825/

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